Non basta una vita per superare le disuguaglianze.

In partenza siamo uguali. Bambine e bambini che percorrono anni sui banchi di scuola imparando a leggere, a scrivere e a far di conto. Costruendo il futuro, preparandosi al domani. 

Ma lentamente e inesorabilmente, accade qualcosa che rende la vita diseguale. 

Anche se il 38,5% delle giovani donne italiane consegue una laurea, contro il 25% degli uomini, le traiettorie di vita che seguiranno — nel lavoro, nella salute, nell’invecchiamento — saranno profondamente diverse.

A mostrarlo in modo chiaro, lo studio coordinato dalla professoressa Agar Brugiavini, Ordinario di Economia politica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, nell’ambito del Partenariato di ricerca Age-It. Partendo dall’indagine SHARELIFE, condotta su oltre 30.000 individui in 13 paesi, lo studio analizza 5.000 individui italiani over 50 (equamente distribuiti per genere), rappresentativi della popolazione italiana per quella fascia d’età. 

Tra i venti e i sessant’anni, la vita degli uomini è scandita quasi interamente dal lavoro retribuito (area arancione). Quella delle donne no. Una parte consistente del loro tempo trascorre “fuori dal lavoro” (area rossa), spesso in attività di cura non retribuite. Questo tempo si traduce in carriere discontinue, salari più bassi, contributi ridotti. E così anche l’invecchiamento diventa diseguale. Dopo i 65 anni, la quasi totalità degli uomini è in pensione (area grigia), mentre molte donne continuano a dedicare una quota significativa della propria vita ad attività di cura. 

Ogni disuguaglianza alimenta la successiva. Minori percorsi di carriera (le donne dirigenti in Italia rappresentano circa il 21% del totale, contro quasi il 79% degli uomini), retribuzioni più basse (in media oltre il 20% in meno, con punte del 30% in meno tra le manager), fino ad approdare a una maggiore fragilità pensionistica. La forte discontinuità nelle carriere lavorative si traduce infatti in pensioni di vecchiaia femminili inferiori del 44,4% rispetto a quelle maschili. 

Una fragilità economica che si riflette in un maggior rischio di rinuncia alle cure, isolamento sociale e peggioramento della salute fisica e mentale. Le donne vivono mediamente quattro anni più a lungo degli uomini (85,5 contro 81,4), ma trascorrono più tempo in cattive condizioni di salute. La speranza di vita in buona salute per le donne italiane è di appena 56,6 anni – il dato più basso dell’ultimo decennio – contro i 59,8 degli uomini. Significa che una donna può aspettarsi quasi 29 anni di vita con limitazioni funzionali, malattie croniche o disabilità, contro i 21,6 anni di un uomo. 

I contesti di vita influenzano la salute e il benessere. Le disuguaglianze economiche e sociali – reddito, livello di istruzione, condizioni lavorative, accesso ai servizi – plasmano la salute più dell’accesso ai servizi sanitari o della genetica. Nel caso delle donne italiane, il divario retributivo accumulato lungo tutta la vita lavorativa si traduce in pensioni drammaticamente più basse, che a loro volta limitano l’accesso alle cure, aumentano lo stress economico e peggiorano la qualità della vita negli anni dell’invecchiamento.

No, non abbiamo le stesse opportunità. No, l’invecchiamento non è uguale per tutti. E sì, è anche la storia della mia vita.